TEATRO DELLA ROSA

Teatro della Rosa e L’Associazione Musicale Schola Cantorum di Rosignano

Presentano

L’ACQUA CHETA

Operetta in tre atti di Augusto Novelli

Musica di Giuseppe Pietri

 

Direttore artistico Paolo Filidei

Personaggi e interpreti

 

Anita – Chiara Mattioli

Ida -Alice Salvatori

Figlie di

Rosa - Elisabetta Macchia

Moglie di

Ulisse, fiaccheraio -Aldo Corsi

Cecchino, muratore – Claudio Ciampi

Stinchi, garzone di stalla –Aldo Puglia

Alfredo, giovinotto elegante- Franco Bocci

Asdrubale, causidico- Roberto Mattioli

Bigatti,reporter

Zaira - Gabriella Collaveri e

Anna- Antonella Boscolo - vicine

Due lampionai- Francesco Giannola e Mario Volpi

 

Corteggio d’invitati – Corteo della Rificolona – Giovinetti e ragazze del Popolo – Vetturini – Vicini e vicine

Coro Schola Cantorum

 

Regia – Gianna Deidda

 

 

 

 

 

 

Nella notte di capodanno del 1908 al teatro Alfieri di Firenze si festeggiava con un banchetto il grande attore Andrea (Dreino) Niccòli che si preparava a partire in America con la sua compagnia per una tournée. Il commediografo Augusto Novelli che si trovava a passare di là fu invitato sul palco a parlare e riuscì a persuadere l’attore a tentare la fortuna con un nuovo progetto teatrale: una commedia che portasse in America il teatro popolare in vernacolo, impegnandosi a scrivere un atto prima della partenza della compagnia. La commedia, in tre atti, debuttò il 29 gennaio, con il titolo “L’acqua cheta”.

Da allora la commedia ha avuto innumerevoli rappresentazioni, sia come lavoro in prosa, sia come operetta ( l’adattamento musicale di Giuseppe Pietri è del 1920) e nel corso della sua storia sulla scena ha subito un’evoluzione che ne ha modificato notevolmente la forma, il linguaggio e la stessa gerarchia dei personaggi.

Confermando le intenzioni del Novelli che voleva realizzare attraverso essa la propria idea di teatro popolare, il pubblico e le compagnie che nel corso degli anni l’ hanno messa in scena l’ hanno fatta propria intervenendo sul testo, sulle scene e sui personaggi con tagli e aggiunte nate dall’improvvisazione degli attori e dal gradimento del pubblico, trattandola di fatto come un prodotto di cultura orale . Nella pratica teatrale oggi non esiste una sola “Acqua cheta” ma tante e diverse. E come con ogni lavoro di cultura popolare ci troviamo di fronte da un lato a un gran numero di varianti che la rendono proteiforme, dall’altro a delle consuetudini nella rappresentazione delle singole scene così note ed amate dal pubblico che, per quanto non siano “scritte”, non è privo di rischi intervenire su di esse per modificarle o rinnovarle.

D’altra parte già nel passaggio all’operetta la “commedia brillantissima” aveva subito una prima grande metamorfosi, non soltanto per l’introduzione della musica e la traduzione, almeno nelle parti cantate, dal vernacolo all’italiano, ma soprattutto nel passaggio dalle atmosfere primo novecento di una Firenze alla Metello, al clima

già un po’ telefoni bianchi dell’operetta anni venti, con tutti i cambiamenti storici che nel frattempo erano avvenuti e quelli che stavano per avvenire.

Alla luce di queste considerazioni questa commedia così leggera ci appare carica di sensi diversi, ma soprattutto ci sembra averne uno su tutti: quello di rappresentare per i fiorentini- e forse anche per i non fiorentini- quella Firenze (com’era bella....) che hanno conosciuto o di cui hanno sentito raccontare, che esisteva “prima”. Prima dei turisti, prima dell’alluvione, prima del fascismo, prima della grande guerra ....in ogni caso “prima” di un qualche disastro che le ha cambiato i connotati.

 

Da questo siamo partiti per la nostra idea di regia.

L’ambientazione è quella originale: il cortile di un palazzo in un quartiere popolare del centro di Firenze. Soltanto, è un palazzo in restauro, dove “ci sono i lavori” o, per usare una espressione di Rosa, “c’è i manifattori”, perché forse c’è stato di recente un qualche disastro piccolo o grande. L’epoca, imprecisata, ha le immagini che noi abbiamo del primo novecento, quindi un sapore vago, non realistico, come è quello dei ricordi o delle foto un po’ sfocate. La lingua parlata dagli attori è un vernacolo variegato fra Firenze e l’Elba e i loro personaggi, pur riproponendo alcune delle consuetudini nate nella pratica teatrale conservano quel carattere di verità sociale che era nelle intenzioni di Novelli, sono personaggi del popolo con le loro piccole vicende tragicomiche, che vivono un momento storico in cui il popolo scopre di essere importante.

Quest’atmosfera un po’ in bianco e nero viene completamente ribaltata dall’irruzione della musica: se l’operetta di Pietri, come è stato giustamente osservato, ha perso nell’impatto con la commedia paillettes e lustrini, cocottes e viveurs e champagne, sostituendole con cieli azzurri, sartine e fiaschi di chianti, rimane pur sempre musica di operetta, con i suoi colori, i suoi balletti, le sue luci teatrali e con le caratteristiche di divertimento. leggerezza, evasione dal quotidiano che la contraddistinguono.

A queste caratteristiche dell’una e dell’altra “Acqua cheta”, la commedia e l’operetta, abbiamo cercato il più possibile di restare fedeli.

 

 

LA TRAMA

L’acqua cheta si svolge a Firenze; un cortile davanti a una casa popolare. Le due figlie di mamma Rosa e papà Ulisse ricamano un velo da sposa ; Cecco, il muratore, imbianca una camera da affittare e lancia occhiate ad Anita, delle due la più sbarazzina, mentre Ida, autentica acqua cheto,fa le viste di vergognarsi e arrossisce. Cecco frequenta l’università popolare e Anita ne va tutta fiera; non così mamma Rosa, che lei proprio non lo può soffrire. Rientra a casa papà Ulisse con lo stalliere Stinchi. Cecco chiede la mano di Anita ma Rosa si oppone al matrimonio perché il muratore è socialista. Ecco che arriva un corteo nuziale: si noleggiano carrozze. Anita sogna le sue nozze aiutata dal burlone Stinchi.

Adesso arriva un giovanottino elegante, tutto per benino, per prendere la camera in affitto; è Alfredo,l’innamorato segreto di Ida .Anita sembra fiutare qualcosa della trama della sorella ma tra le braccia di Cecchino dimentica tutto.

Al secondo atto troviamo la famiglia, di sera dopo cena, radunata al completo mentre Alfredo legge dalla Divina Commedia il canto di Paolo e Francesca, con pepate osservazioni di Stinchi e sospiri di Ida . È una chiara sera d’estate:Alfredo invita Ida e Rosa a vedere il corteo delle rificolone, mentre Anita, rimasta sola a casa, incontra Cecco in giardino, che è poi costretto a rifugiarsi sul fico per il ritorno di Ulisse e degli altri. Nella notte Ida tenta la fuga con Alfredo, ma Cecco, arrampicato sul fico, viene a sapere del piano e si mette d’accordo con Stinchi per impedirlo.

A terzo atto disperazione di mamma Rosa circondata da un gruppetto di vicine che tentano di consolarla. Anche Ulisse è affranto. Grazie a Cecco e Stinchi, Ida ritorna e supplica il perdono. Riuscirà a sposare Alfredo e mamma Rosa dirà infine di sì anche a Cecco che invoca la mano di Anita.

 

 

Augusto Novelli

Augusto Novelli nacque il 17 gennaio del 1867 a Firenze. La sua formazione è essenzialmente autodidatta e fin da giovanissimo cominciò a frequentare l’ambiente del teatro che gli era congeniale più della scuola, della quale fece appena le prime tre classi elementari.

Nel 1885, diciannovenne, scrisse per la compagnia di filodrammatici di L. Corsini la farsa “Una sfida ai bagni” , che poi divenne in seguito “Un campagnolo ai bagni”, alla quale si aggiunsero due commedie ispirate al teatro francese “L’amore sui tetti” e “Linea Viareggio-Pisa-Roma” e i drammi “Per il codice” e “I Mantegna”.

La sua attività di giornalista oltre che di autore teatrale lo mise in contatto con la critica ufficiale fino a considerare l’idea della creazione di un vero e proprio teatro in vernacolo che doveva portare all’abbandono della maschera di Stenterello, ormai superata dai nuovi tempi.

Fu arrestato e rinchiuso per 15 mesi nel carcere delle Murate per questioni politiche (le sue idee socialiste non coincidevano con l’Italietta crispina di fine secolo) dove scrisse un atto drammatico, “Il morticino”, anch’esso in vernacolo, rappresentato al teatro Salvini mentre egli era ancora in carcere.

Con l’intervento di Andrea Niccòli e la messa in scena dell’Acqua Cheta nel 1908 il progetto teatrale di Novelli acquistò forma e affermazione definitiva e la compagnia di Andrea e Garibalda Niccòli , nonostante alcuni malintesi e contrasti con l’autore, fu l’interprete ideale di molti suoi lavori di successo quali “Acqua passata” (1908), “Casa mia “, “L’ascensione” e “L’Ave Maria” (1909), “Gallina vecchia”(1911), “La Cupola” (1913), “Canapone” (1914).

Novelli fu anche autore di liriche, bozzetti d’ambiente e spettacoli di rivista, fra questi ultimi “Firenze a zig-zag” (1912) e “La Kultureide” (1916)

Dopo essersi ritirato a vita privata scomparve unanimemente compianto, il 7 novembre del 1927.

 

Giuseppe Pietri

Giuseppe Pietri è nato il 6 maggio 1886, all’Isola d’Elba, precisamente a Sant’Ilario in Campo, piccolo borgo che guarda l’affascinante paesaggio di Marina di Campo. Qui Beppino, il vispo figliolo del titolare dell’ufficio postale, ama trascorrere molto tempo a suonare l’organo nella chiesa parrocchiale. In paese c’è la banda; il maestro Dilani impartisce le prime lezioni a Beppino che ha talento e “mani meravigliose” e bisogna farlo seguitare nella sua vocazione e nel migliore dei modi. Pilade Del Buono è un vero signore dell’Elba: ci pensa lui a aiutare il ragazzo affinché possa continuare gli studi a Milano, al Conservatorio. Studierà, con fervore e serietà, con Galli e Coronaro, e si diplomerà.

Nel 1916 dà avvio alla sua carriera di compositore con Calendimaggio, scene drammatiche in un atto e due parti. È battezzato dal successo. Con la fiaba musicale In Flemmerlandia troverà il consenso della critica; in quest’ultimo lavoro la cornice di un ipotetico paesino olandese gli suggerisce una buona dose di musica piacevole. Ma il maestro Pietri cerca con ansia il libretto che faccia al caso suo: nel suo cuore vibrano le voci sane della sua terra, in lui cantano sentimenti veri e ha in sé tanta melodia, quella melodia ch’egli sente di poter affidare ai personaggi di Addio Giovinezza quando gli capita di assistere alla commedia di Camasio e Oxilia.

Addio Giovinezza è, forse, la più bella operetta italiana. Ma accanto a lei non sfigurano altri lavori come Acqua cheta (1920), La donna perduta (1923), Primarosa (1926), Rompicollo (1928) e L’Isola verde (1929).

Pietri si dedica anche all’opera lirica. Ricordiamo la Canzone di San Giovanni e Maristella, che fu interpretata alla Scala da Biamino Gigli ed ha una bella romanza, “Io conosco un giardino”, incisa anche da Pavarotti.

La malinconica Arsa del Giglio viene rappresentata postuma nel 1952,perché il maestro muore a Milano l’11 agosto 1946.